Criptovalute : Interventi nazionali.

Come disciplina, l’Italia, il settore delle valute virtuali?

Il decreto legislativo n. 231/2007 istituisce l’Unità di Informazione Finanziaria per l’Italia (UIF) presso la Banca d’Italia , in conformità di regole e criteri internazionali che prevedono la presenza in ciascuno Stato di una Financial Intelligence Unit (FIU), dotata di piena autonomia operativa e gestionale, con funzioni di contrasto del riciclaggio e del finanziamento del terrorismo.
La UIF, nel sistema di prevenzione del riciclaggio e del finanziamento del terrorismo, è l’autorità incaricata di acquisire i flussi finanziari e le informazioni riguardanti ipotesi di riciclaggio e di finanziamento del terrorismo principalmente attraverso le segnalazioni di operazioni sospette trasmesse da intermediari finanziari, professionisti e altri operatori; di dette informazioni effettua l’analisi finanziaria, utilizzando l’insieme delle fonti e dei poteri di cui dispone, e valuta la rilevanza ai fini della trasmissione agli organi investigativi e della collaborazione con l’autorità giudiziaria, per l’eventuale sviluppo dell’azione direpressione.

La normativa stabilisce, a vantaggio della UIF, obblighi di informazione in capo alle autorità di vigilanza, alle amministrazioni e agli ordini professionali. L’Unità e gli organi investigativi e giudiziari collaborano ai fini dell’individuazione e dell’analisi di operazioni finanziarie anomale.
L’Unità partecipa alla rete mondiale delle FIU per scambi informativi essenziali a fronteggiare la dimensione transnazionale del riciclaggio e del finanziamento del terrorismo.
L’unità di cui sopra , anche grazie gli input di natura comunitaria che hanno preparato il terreno per una regolamentazione nazionale , nel mese di Febbraio 2015 ha pubblicato sul sito http://uif.bancaditalia.it, una comunicazione dal titolo “Utilizzo anomalo di valute virtuali”, con la quale chiede ai destinatari della normativa antiriciclaggio di “individuare le operatività connesse con valute virtuali, rilevandone gli eventuali elementi di sospetto”.

La pubblicazione fa seguito ad alcune segnalazioni, pervenute all’UIF nel corso del 2014 da parte di soggetti destinatari degli obblighi antiriciclaggio, di “operazioni sospette relative ad acquisti o vendite di valute virtuali ritenuti opachi in ragione del profilo soggettivo del cliente, della natura delle controparti spesso estere, ovvero delle modalità di realizzazione delle operazioni tramite,ad esempio, l’utilizzo di contante o di carte di pagamento”.
L’ente esorta gli intermediari finanziari, specialmente nella prestazione di servizi di pagamento, di “valutare con specifica attenzione le operazioni di prelevamento e/o versamento di contante e le movimentazioni di carte di pagamento, connesse con operazioni di acquisto e/o vendita di valute virtuali,realizzate in un arco temporale circoscritto, per importi complessivi rilevanti”.
Le operazioni dovranno essere esaminate in base “al profilo soggettivo del cliente, al coinvolgimento di Paesi o territori a rischio e alle eventuali ulteriori informazioni disponibili” e, se sospettose, dovranno essere segnalate all’Unità di Informazione Finanziaria con la massima tempestività, specificando il “fenomeno”40 stesso nell’apposita sezione della segnalazione, in conformità con quanto indicato nelle istruzioni per la compilazione delle segnalazioni di operazioni sospette.
I soggetti tenuti agli obblighi di segnalazione, sono tenuti a sensibilizzare il personale incaricato di valutare le operazioni sospette, diffondendo opportune indicazioni operative nell’ambito della propria autonomia organizzativa e con le modalità ritenute più idonee.
C’è da dire pero’ che il documento di cui si è riportato sopra il contenuto, non eccelle per chiarezza e non lascia ben comprendere il grado di coinvolgimento degli intermediari abilitati – cui è espressamente rivolta la prescrizione.
In primo luogo, capiamo dalla comunicazione stessa che l’UIF ha ricevuto segnalazioni effettuate da destinatari di obblighi antiriciclaggio.
Tra i destinatari di tali obblighi figurano anzitutto gli intermediari abilitati. Non vi figurano di certo consumatori e “comuni” esercenti, fatti salvi quelli che effettuano il commercio di beni d’ingente valore, il cui esercizio resta subordinato al possesso di licenze, autorizzazioni, iscrizioni in albi o registri, ovvero alla preventiva dichiarazione d’inizio attività (un esempio per tutti, i commercianti di cose preziose oppure d’oro per finalità industriali o di investimento; ma anche agenzie di affari in mediazione immobiliare, case da gioco anche on-line ecc.).
Non vi figurano nemmeno, per esplicita precisazione dell’UIF “i prestatori di attività funzionali all’utilizzo, allo scambio e alla conservazione di valute virtuali e alla loro conversione da/in quelle legali”, i quali “non sono, in quanto tali, destinatari della normativa antiriciclaggio e quindi non sono tenuti all’osservanza degli obblighi di adeguata verifica della clientela, registrazione dei dati e segnalazione delle operazioni sospette”
Con un alto grado di probabilità, quindi, non sono state segnalate operazioni di compravendita tra privati non professionisti rimaste confinate nelle web communities che ripongono fiducia in criptovalute ma bensì operazioni di virtual currencies contro le currencies legali, ovvero di cambio tra le due entità, che sono state eseguite per il tramite di intermediari abilitati, in particolare gli emittenti di carte di pagamento, gli istituti di pagamento e gli intermediari di sistemi di “money transfer”.
Infatti l’UIF invita, letteralmente “gli intermediari finanziari, specie quando prestano servizi di pagamento a valutare con attenzione con specifica attenzione le operazioni di prelevamento e/o versamento di contante e le movimentazioni di carte di pagamento”.
E’ oscuro però come gli intermediari abilitati abbiano potuto giungere a capire che i movimenti segnalati in legal currency avevano come contropartita o oggetto d’acquisto di quella virtuale.
Per quanto riguarda la avvenuta movimentazione di contante, possiamo presumere che mediante carte di pagamento oppure allo sportello, sia stato prelevato contante con l’intendimento di consegnarlo al venditore di criptovalute che aveva già trasferito o si accingeva a trasferire elettronicamente le stesse.

Ma a meno che non si trattasse di somme superiori alla soglia di 15.000 euro – superata la quale scattano gli obblighi di adeguata verifica sull’autore ed il destinatario della movimentazione, sulla provenienza della somma e sulla causale del trasferimento – non si vede come un intermediario abilitato possa aver avuto conoscenza della transazione valute legale/virtuale.
Lo stesso discorso vale sia per l’eventuale versamento sul conto dell’acquirente di valuta virtuale che abbia poi provveduto a bonificare valuta legale in favore del venditore virtuale sia per pagamenti eseguiti/ricevuti mediante carte di pagamento .
Peraltro, l’acquisto di valuta virtuale mediante carte di pagamento può recare, ma non è detto, una causale riconoscibile in tal senso dettata dal destinatario del pagamento.
E risulta altresì possibile collegare un portafoglio elettronico al proprio conto bancario ordinario od alla propria carta di pagamento: in pratica una autorizzazione ad addebitare le somme utilizzate per acquistare virtual currencies da accreditarsi sull’ e-wallet.
Ma ciò parrebbe contrasterebbe con l’opacità – riferita dall’UIF – delle operazioni segnalate Sembra che che le valute oggetto di studi abbiano transitato, alla stregua di quella legale , per canali bancari e finanziari perché non si vedrebbe altrimenti come l’intermediario possa essere venuto a conoscenza del fatto che il pagamento in valuta legale era destinato ad acquistare quella virtuale.
Poiché l’istituto segnalante avrebbe dovuto implementare appositi conti e flussi in criptovalute, l’ipotesi è difficilmente plausibile anche da un punto di vista operativo, ma è tuttavia alimentata da un altro passaggio della comunicazione di Banca d’Italia .
La pubblicazione fa seguito ad una comunicazione del 30 gennaio di Banca
d’Italia (“BdI”) dal titolo “Valute virtuali”.
Con la comunicazione del 30 gennaio, BdI invitava gli intermediari a valutare con attenzione i rischi indicati dall’EBA e a considerare che “in assenza di adeguati presidi e di un quadro legale certo circa la natura giuridica delle valute virtuali, quei rischi possono esporre a perdite e inficiare, di conseguenza, la consistenza del patrimonio di vigilanza e la stabilità stessa degli intermediari”.

Inoltre Banca d’Italia rilevava come le concrete modalità di funzionamento degli schemi di valuta virtuale possano integrare la violazione, penalmente sanzionata, della normativa nazionale che riserva l’esercizio dell’attività bancaria (artt. 130 TUB), di raccolta del risparmio (art. 131 TUB) e di prestazione di servizi di pagamento (art. 131-ter TUB) e di investimento (art. 166 TUF), ai soli soggetti legittimati per l’attività.
Banca d’Italia prescriveva quindi che le banche e gli altri intermediari vigilati rendessero edotti del sopra descritto orientamento della vigilanza i clienti, persone fisiche o giuridiche, operanti nel settore delle virtual currecies, prima di intraprendere operazioni della specie con essi.
Resta inteso che, nei confronti di tali soggetti potranno continuare a essere prestati i servizi finanziari autorizzati, nel rispetto degli obblighi previsti dalla vigente disciplina in materia di prevenzione del riciclaggio e del finanziamento al terrorismo e delle indicazioni fornite dalla UIF.
Circa il coinvolgimento delle banche e intermediari vigilati dall’ autorità nel comparto virtuale, si riserva peraltro di assumere o proporre non meglio definite misure specifiche di carattere prudenziale.
Le osservazioni in merito sono dovute in quanto il testo cita : “Le banche e gli altri intermediari vigilati dalla Banca d’Italia devono rendere edotti di tale orientamento i clienti, persone fisiche o giuridiche, operanti nel settore delle valute virtuali, prima di intraprendere operazioni della specie conessi”.
Parrebbe che Banca d’Italia ammetta l’esecuzione di operazioni in valuta virtuale con soggetti operanti nelle stesse valute e che quindi ammetta che tra gli intermediari vigilati e tale clientela possano aver luogo accrediti e addebiti in criptocurrecies.
Questo contrasterebbe con il già commentato invito formulato dall’EBA alle autorità di vigilanza nazionali di scoraggiare gli intermediari dall’acquistare, detenere o vendere valute virtuali.
A voler invece interpretare l’inciso “operazioni della specie” come ordinarie operazioni in valute legali con operatori in valute virtuali, non è ben chiaro con quali formalità, con quale contenuto ed in che occasione l’intermediario possa formalmente comunicare agli operatori in valute virtuali l’orientamento di Banca d’Italia di cui si è dato conto, se non pubblicando sui siti e nelle filiali, come foglio informativo, la comunicazione in commento.
Call for evidence lanciata dall’Autorità Europea degli Strumenti Finanziari e dei Mercati (European Securities and Markets Authority – ESMA) il 22 aprile 2015 è poco precedente al presente testo.
L’Autorità tenta evidentemente di raccogliere migliori informazioni pratiche sul fenomeno, con l’obiettivo di monitorarlo e di rendere edotti i regulators locali degli sviluppi, pur negando l’intenzione di approntare nell’immediato strumenti di regolamentazione (e tuttavia “subject to assessing the information received in response to this call for evidence”).
L’Autorità analizza tre fenomeni che per quanto è dato sapere sono rimasti sinora inediti, a livello di interventi ufficiali della vigilanza:
• prodotti di investimento aventi valute virtuali come sottostante;
• strumenti finanziari basati su (potremmo dire, emessi in) valute virtuali,
registrati in “distributed ledgers” (registro deputato a documentare e
conservare le transazioni in valute virtuali; ogni valute virtuali ha un
proprio distributed ledger o “blockchain” che documenta in tempo reale
“chi” ha la detenzione, e “quanta”, della rispettiva moneta virtuale);
• strumenti finanziari “tradizionali” registrati in “distributed ledgers”.
Tra i prodotti di investimento aventi valute virtuali come sottostante figurano attualmente organismi di investimento collettivo e derivati su valute virtuali, segnatamente “contratti differenziali”, opzioni binarie, futures e altri derivati sui tassi di cambio Bitcoin e Litecoin contro valute legali come dollari e yuan cinese.
Solo alcune piattaforme e organismi di investimento collettivo sono muniti di
autorizzazione regolatoria e di una sede ed informazioni rilevanti certe.
Mentre gli organismi di investimento collettivo dichiarano di accettare soli “accredited investors”, le anzidette piattaforme di negoziazione non mostrano restrizioni nei confronti di investitori al dettaglio.
Gli strumenti finanziari in valute virtuali si inseriscono in un complesso meccanismo che trova un presupposto iniziale nell’acquisto, da parte dell’utente/investitore, di valute virtuali pagando un corrispettivo in valute legali al exchange, presso cui l’utente stesso apre un conto.

Il Decreto legislativo del 25 maggio 2017 n.90.

Il Decreto legislativo del 25 maggio 2017 n 90 introduce, con la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale Italiana41 in Italia la IV Direttiva antiriciclaggio (Direttiva UE 2015/859) con la riscrittura totale del Decreto Legislativo 231/2007 ed entrata in vigore il 4 luglio 2017.
Nonostante il Parlamento Europeo non abbia ancora approvato la proposta di modifica della IV Direttiva che prevede regole per alcuni attori dell’ecosistema delle valute virtuali (prevista la prima lettura in discussione plenaria per la fine di ottobre 2017), l’Italia ha anticipato alcune disposizioni di tale proposta, inserendo gli Exchanger quali soggetti destinatari delle normative antiriciclaggio. Il Decreto Legislativo 25 maggio 2017, n. 90 vede la luce dopo aver terminato il lungo iter di consultazioni, iniziato a Dicembre con quelle pubbliche e terminato con il parere del Parlamento.
Le nuove disposizioni sulle valute virtuali sono contenute in alcuni articoli e
attraverso l’introduzione dell’obbligo di iscrizione in apposito registro da parte dei Cambiavalute Virtuali.
In particolare, l’art. 1 del D.Lgs. 231/2007 (come modificato dal D.Lgs. 90/2017) definisce:

prestatori di servizi relativi all’utilizzo di valuta virtuale: ogni persona fisica o giuridica che fornisce a terzi, a titolo professionale, servizi funzionali all’utilizzo, allo scambio, alla conservazione di valuta virtuale e alla loro conversione da ovvero in valute aventi corso legale

 valuta virtuale: la rappresentazione digitale di valore, non emessa da una banca centrale o da un’autorità pubblica, non necessariamente collegata a una valuta avente corso legale, utilizzata come mezzo di scambio per l’acquisto di beni e servizi e trasferita,
archiviata e negoziata elettronicamente.

L’articolo 5 del D.Lgs. 231/2007 (come modificato dal D.Lgs. 90/2017) sancisce le entità destinatarie degli obblighi della normativa Antiriciclaggio, suddividendo tali soggetti in cinque categorie, di cui definita relativa agli Operatori Non Finanziari (art.5.5):

i) i prestatori di servizi relativi all’utilizzo di valuta virtuale, limitatamente allo svolgimento dell’attività di conversione di valute virtuali da ovvero in valute aventi corso forzoso.

La normativa antiriciclaggio definisce quindi i “Prestatori di Servizi”  e la “Valuta Virtuale” , limitando poi gli obblighi antiriciclaggio agli Exchanger (inseriti negli operatori non finanziari), pur se la definizione adottata è chiaramente più ampia della Proposta Europea, mancando il termine “a titolo principale”.
Infatti, le due definizioni sono analoghe alla proposta (emendata) COM (2016) 450 della Commissione Europea e in particolare:

Exchanger: “ prestatori di servizi la cui attività principale e
professionale consiste nella fornitura di servizi di cambio tra valute
virtuali e valute legali”.
Valute virtuali: “valute virtuali”: una rappresentazione di valore
digitale che non è né emessa da una banca centrale o da un ente
pubblico né è legata a una valuta legalmente istituita, non possiede
uno status giuridico di valuta o moneta, ma è accettata da persone
fisiche e giuridiche come mezzo di scambio, ed eventualmente per
altri fini, e può essere trasferita, memorizzata o scambiata
elettronicamente.

Il testo emendato della proposta della Commissione europea COM (2016) 450 prevede l’ottenimento ha richiesto una licenza o un’autorizzazione all’entità obbligata, proponendo la sostituzione dell’art. 47 della Direttiva UE 2015/859.
1. Gli Stati membri assicurano che i prestatori di servizi di cambio tra valute virtuali e valute legali, i prestatori di servizi di portafoglio digitale, i cambiavalute e gli uffici per l’incasso di assegni e i prestatori di servizi relativi a società o trust ottengano una licenza o siano registrati e che i prestatori di servizi di gioco d’azzardo siano regolamentati.”;
L’art. 8 del Decreto Legislativo 25 maggio 2017, n. 90 introduce due nuovi commi virgole nella legge dei cambiavalute, integrando la normativa prevista dal Decreto Legislativo 13 agosto 2010, n. 141, articolo 17-bis: 1. Al decreto legislativo 13 agosto 2010, n. 141, come modificato dal decreto legislativo 14 dicembre 2010, n. 218, e dal decreto legislativo
102 19 settembre 2012, n. 169, all’articolo 17-bis , dopo il comma 8, sono aggiunti i seguenti:
«8-bis. Le previsioni di cui al presente articolo si applicano, altresì, ai
prestatori di servizi relativi all’utilizzo di valuta virtuale, come definiti
nell’articolo 1, comma 2, lettera ff), del decreto legislativo 21
novembre 2007, n. 231, e successive modificazioni tenuti, in forza
della presente disposizione, all’iscrizione in una sezione speciale del
registro di cui al comma 1.
8-ter. Ai fini dell’efficiente popolamento della sezione speciale di cui
al comma 8-bis, con decreto del Ministro dell’economia e delle
finanze sono stabilite le modalità e la tempistica con cui i prestatori di
servizi relativi all’utilizzo di valuta virtuale sono tenuti a comunicare
al Ministero dell’economia e delle finanze la propria operatività sul
territorio nazionale. La comunicazione costituisce condizione
essenziale per l’esercizio legale dell’attività da parte dei suddetti
prestatori. Con il decreto di cui al presente comma sono stabilite
forme di cooperazione tra il Ministero dell’economia e delle finanze e
le forze di polizia, idonee ad interdire l’erogazione dei servizi relativi
all’utilizzo di valuta virtuale da parte dei prestatori che non
ottemperino all’obbligo di comunicazione.»
L’Italia è il primo Stato membro europeo a introdurre regole sugli Exchanger introducendo una figura innovativa quale il Cambiavalute Virtuale, rimandando al Ministero dell’Economia l’emanazione di appositi decreti di applicazione, auspicando che in tali decreti tengano pienamente in considerazione la natura virtuale, decentralizzata e ubiqua di tali strumenti.

Emerge quindi a seguito dell’analisi dei testi pubblicati dall’Europa che essa è ancora lontana dal capire la portata del fenomeno Valuta Virtuale.
Esso nasce decentralizzato , è resiliente alle normative che non possono cogliere a pieno l’anima dello strumento.

In definitiva il sistema non cade in nessun vuoto giuridico : le norme ci sono e devono essere ben interpretate , non si può regolamentare l’intero sistema ma si posso disciplinare i comportamenti di alcuni << attori>> preventivamente studiati ed analizzati ai fini di una regolamentazione efficace ed efficiente tesa a definire un quadro normativo ad hoc certo e chiaro.

Per approfondimenti ed informazioni, segue modulo di contatto.

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