La statuizione resa in sede divorzile riguarda l’autonomo ambito del matrimonio rapporto e non involge, ove la questione non sia stata espressamente posta all’interno del thema decidendi, alcun profilo attinente la validita’ del matrimonio atto da cui il matrimonio rapporto ha avuto origine.

Corte di Cassazione, sezione prima civile, Ordinanza 12 settembre 2018, n. 22218.

La massima estrapolata:

La relazione fra matrimonio-atto e matrimonio-rapporto si pone, nella Costituzione, nelle Carte Europee dei diritti e nella legislazione italiana, in termini di distinzione, nel senso che i due aspetti dell’istituto giuridico matrimonio hanno ragioni, disciplina e tutela differenti, di modo che il matrimonio-rapporto si distingue dall’atto da cui ha tratto origine avendo una propria autonomia ontologica, cronologica e giuridica; se cosi’ e’ rimane vieppiu’ confermato l’assunto secondo cui la statuizione resa in sede divorzile riguarda l’autonomo ambito del matrimonio rapporto e non involge, ove la questione non sia stata espressamente posta all’interno del thema decidendi, alcun profilo attinente la validita’ del matrimonio atto da cui il matrimonio rapporto ha avuto origine.
Dunque quella statuizione una volta passata in giudicato non puo’ assumere valenza ostativa alla delibazione della sentenza ecclesiastica di nullita’ del matrimonio.

Ordinanza 12 settembre 2018, n. 22218

Data udienza 6 luglio 2018

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GIANCOLA Maria C. – Presidente

Dott. TRICOMI Laura – Consigliere

Dott. LAMORGESE Antonio – Consigliere

Dott. PAZZI Alberto – rel. Consigliere

Dott. CAMPESE Eduardo – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA
sul ricorso n. 17737/2016 proposto da:
(OMISSIS), elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso lo studio dell’Avvocato (OMISSIS), rappresentata e difesa dall’Avvocato (OMISSIS) giusta procura a margine del ricorso;
– ricorrente –
contro
(OMISSIS), elettivamente domiciliato in (OMISSIS), presso lo studio dell’Avvocato (OMISSIS), rappresentato e difeso dall’Avvocato (OMISSIS) giusta procura in calce al controricorso;
– controricorrente –
avverso la sentenza n. 2864/2016 della CORTE D’APPELLO di ROMA, depositata il 6/5/2016;
udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del 6/7/2018 dal cons. PAZZI ALBERTO.

FATTI DI CAUSA

1. Con sentenza in data 6 maggio 2016 la Corte d’Appello di Roma dichiarava l’efficacia nella Repubblica Italiana della sentenza ecclesiastica del 22 febbraio 2010, ratificata dal Tribunale ecclesiastico di appello del Vicariato di Roma e munita del decreto di esecutivita’ della Segnatura Apostolica, che aveva dichiarato la nullita’ del matrimonio contratto fra (OMISSIS) e (OMISSIS) per vizio del consenso; la corte territoriale in particolare da un lato rilevava che la (OMISSIS) non aveva dedotto e provato che si fosse instaurato un vero consorzio familiare ed affettivo da cui si potesse desumere un superamento implicito della causa originaria di invalidita’, dall’altra riteneva che il racconto dei testimoni sentiti nel procedimento canonico dimostrasse che il (OMISSIS) avesse esternato alla futura moglie la propria volonta’ di escludere l’indissolubilita’ del matrimonio.
2. Ha proposto ricorso per cassazione avverso questa pronuncia (OMISSIS) affidandosi a tre motivi di impugnazione.
Ha resistito con controricorso (OMISSIS).
Parte ricorrente ha depositato memoria ai sensi dell’articolo 380 bis c.p.c., comma 1.

RAGIONI DELLA DECISIONE

3.1 n primo motivo di ricorso denuncia ex articolo 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 4, la violazione e la falsa applicazione dell’articolo 29 Cost., L. n. 898 del 1970, articolo 6, comma 1, L. n. 121 del 1985, articolo 8, par. 2, lettera c), L. n. 218 del 1995, articolo 64, comma 1, lettera e), articolo 2909 cod. civ. e articoli 112 e 324 cod. proc. civ.: la corte distrettuale non avrebbe in alcun modo esaminato l’eccezione sollevata da parte convenuta laddove aveva sottolineato che la sentenza di cessazione degli effetti civili del matrimonio in precedenza adottata, avendo acquisito autorita’ di cosa giudicata, impediva di rendere esecutiva la sentenza canonica di nullita’ del matrimonio tra le stesse parti; la riconoscibilita’ della sentenza straniera e’ infatti condizionata al mancato contrasto con un’altra sentenza pronunciata da un giudice italiano passata in giudicato, contrarieta’ che nel caso di specie andava individuata rispetto alle statuizioni contenute nella sentenza di divorzio, la quale presupponeva l’esistenza e la persistenza di un valido vincolo matrimoniale.
3.2 Il motivo – basato peraltro su una statuizione prodotta in giudizio senza attestazione di giudicato – e’ infondato.
Secondo il condiviso, risalente e fermo orientamento di questa Corte la sentenza di divorzio ha causa petendi e petitum diversi da quelli della domanda di nullita’ del matrimonio concordatario, investendo il matrimonio-rapporto e non l’atto con il quale e’ stato costituito il vincolo tra i coniugi, per cui se, nel relativo giudizio, non sia espressamente statuito in ordine alla validita’ del matrimonio – con il conseguente insorgere delle questioni poste dalla statuizione contenuta nell’articolo 8, comma 2, lettera c), dell’Accordo del 18 febbraio 1984 tra Stato italiano e Santa Sede – non e’ impedita la delibazione della sentenza del Tribunale ecclesiastico che abbia dichiarato la nullita’ del matrimonio concordatario, in coerenza con gli impegni assunti dallo Stato italiano e nei limiti di essi (si vedano in questo senso Cass. n. 12989/2012, Cass. n. 3186/2008, Cass. n. 4795/2005).
Questi principi trovano ulteriore conforto nella successiva giurisprudenza di legittimita’ secondo cui la relazione fra matrimonio-atto e matrimonio-rapporto si pone, nella Costituzione, nelle Carte Europee dei diritti e nella legislazione italiana, in termini di distinzione, nel senso che i due aspetti dell’istituto giuridico matrimonio hanno ragioni, disciplina e tutela differenti, di modo che il matrimonio-rapporto si distingue dall’atto da cui ha tratto origine avendo una propria autonomia ontologica, cronologica e giuridica (Cass., Sez. Un., n. 16379/2014); se cosi’ e’ rimane vieppiu’ confermato l’assunto secondo cui la statuizione resa in sede divorzile riguarda l’autonomo ambito del matrimonio rapporto e non involge, ove la questione non sia stata espressamente posta all’interno del thema decidendi, alcun profilo attinente la validita’ del matrimonio atto da cui il matrimonio rapporto ha avuto origine.
Dunque quella statuizione una volta passata in giudicato non puo’ assumere valenza ostativa alla delibazione della sentenza ecclesiastica di nullita’ del matrimonio.
D’altra parte, anche per il ripetuto richiamo della corte territoriale a quelle condivise regole che la ricorrente critica senza offrire elementi decisivi atti a giustificare ripensamenti, non e’ nemmeno ravvisabile la dedotta violazione dell’articolo 112 cod. proc. civ., dato che il vizio di omessa pronuncia va escluso ogni qual volta ricorrano gli estremi di una reiezione implicita, come nel caso di specie, o di un suo assorbimento in altre statuizioni (Cass. n. 264/2006).
4.1 Il secondo mezzo lamenta, ai sensi dell’articolo 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5, la violazione e la falsa applicazione dell’articolo 29 Cost. e articolo 111 Cost., comma 1, L. n. 898 del 1970, articolo 6, comma 1, L. n. 121 del 1985, articolo 8, par. 2, lettera c), L. n. 218 del 1995, articolo 64, comma 1, lettera g), articolo 123 c.c., articolo 128 c.c., comma 3, articoli 2697, 2730 e 2733 cod. civ. e articoli 115, 116 e 132 cod. proc. civ.: la Corte territoriale avrebbe dichiarato l’efficacia nello Stato Italiano della decisione canonica nonostante il difetto di prova in ordine alla conoscenza al tempo da parte della sig.ra (OMISSIS) della pretesa esclusione dell’indissolubilita’ del vincolo matrimoniale ad opera del marito; la questione a questo proposito sarebbe stata risolta con una motivazione apodittica e scevra di qualsiasi disamina delle emergenze istruttorie, di carattere percio’ meramente apparente, in merito al fatto che il (OMISSIS) avesse esternato alla moglie la propria volonta’ di escludere l’indissolubilita’ del matrimonio.
4.2 Il motivo e’ inammissibile.
4.2.1 La pubblicazione della sentenza impugnata in data successiva al termine previsto dal Decreto Legge n. 83 del 2012, articolo 54, comma 3, (11 settembre 2012) impone di fare riferimento al nuovo paradigma normativo previsto dall’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 5, secondo cui e’ censurabile in questa sede di legittimita’ il solo omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio che e’ stato oggetto di discussione fra le parti.
La riformulazione della norma in questi termini deve essere interpretata, secondo la giurisprudenza di questa Corte (Cass., Sez. U., 7/4/2014 n. 8053), come riduzione al “minimo costituzionale” del sindacato di legittimita’ sulla motivazione, di modo che ora risulta denunciabile in cassazione solo l’anomalia motivazionale che si tramuti in violazione di legge costituzionalmente rilevante, in quanto attinente all’esistenza della motivazione in se’, purche’ il vizio risulti dal testo della sentenza impugnata, a prescindere dal confronto con le risultanze processuali.
Nel caso di specie la corte territoriale ha fornito una congrua motivazione della propria decisione, che, seppur con sobrieta’, soddisfa i criteri prescritti dall’articolo 132 cod. proc. civ., dato che consente di ripercorrere l’iter logico seguito dal collegio per respingere il reclamo e percepire le ragioni che stanno alla base della decisione assunta: la corte infatti ha spiegato di aver preso contezza del racconto dei testimoni sentiti nel corso del procedimento ecclesiastico e di ritenere che da queste dichiarazioni fosse evincibile (sia pure indirettamente e sostanzialmente) la prova dell’esternazione del (OMISSIS) nei confronti della futura coniuge della sua opinione negativa circa l’indissolubilita’ del matrimonio.
Il vizio denunciato finisce per sollecitare sotto le spoglie della eccepita violazione di legge processuale in tema di valutazione delle prove, un sindacato di fatto sull’esito dell’apprezzamento del testimoniale raccolto nella diversa sede e non smentito dal trascritto passo delle dichiarazioni del (OMISSIS), avulso dal complessivo contesto.
In proposito giova anche richiamare il principio secondo cui, in materia di ricorso per cassazione, la violazione dell’articolo 115 c.p.c. puo’ essere dedotta come vizio di legittimita’ solo denunciando che il giudice ha dichiarato espressamente di non dover osservare la regola contenuta nella norma, ovvero ha giudicato sulla base di prove non introdotte dalle parti, ma disposte di sua iniziativa fuori dei poteri officiosi riconosciutigli, e non anche che il medesimo, nel valutare le prove proposte dalle parti, ha attribuito maggior forza di convincimento ad alcune piuttosto che ad altre, essendo tale attivita’ consentita dal paradigma dell’articolo 116 c.p.c., che non a caso e’ rubricato “della valutazione delle prove” (Cass. n. 11892/2016, Cass. n. 24548/2016, Cass. n. 5009/2017).
4.2.2 Una volta preso atto dell’incensurabile apprezzamento compiuto della corte di merito circa la congerie istruttoria disponibile non rimane che ricordare come secondo la costante giurisprudenza di questa Corte il vizio di violazione di legge denunciato con ricorso per cassazione ex articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 3, consiste nella deduzione di un’erronea ricognizione, da parte del provvedimento impugnato, della fattispecie astratta recata da una norma di legge e implica necessariamente un problema interpretativo della stessa; l’allegazione di un’erronea ricognizione della fattispecie concreta a mezzo delle risultanze di causa e’, invece, esterna all’esatta interpretazione della norma e inerisce alla tipica valutazione del giudice di merito, la quale e’ sottratta al sindacato di legittimita’ (Cass. n. 24155/2017) se non sotto l’aspetto del vizio di motivazione (Cass. n. 22707/2017, Cass. n. 195/2016).
Nel caso di specie la ricorrente sig.ra (OMISSIS) ha sostenuto che la Corte d’Appello avrebbe erroneamente deciso nonostante il difetto di prova della sua conoscenza al tempo della pretesa esclusione dell’indissolubilita’ del vincolo matrimoniale da parte del marito.
In questo modo il ricorso ha chiaramente allegato un’erronea ricognizione della fattispecie concreta a mezzo delle risultanze di causa, ponendosi al di fuori dei limiti propri del mezzo di impugnazione in questione.
5.1 Con il terzo motivo la sentenza impugnata e’ censurata, ai sensi dell’articolo 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5, per la violazione e la falsa applicazione dell’articolo 29 Cost. e articolo 111 Cost., comma 1, L. n. 898 del 1970, articolo 6, comma 1, L. n. 121 del 1985, articolo 8, par. 2, lettera c), L. n. 218 del 1995, articolo 64, comma 1, lettera g), articoli 123, 2697, 2730 e 2729 cod. civ., articoli 115 e 116 cod. proc. civ.: la corte territoriale avrebbe dichiarato l’efficacia della decisione canonica de qua addossando illegittimamente alla convenuta l’onere della prova che tra i coniugi si fosse instaurata una reale comunione di vita e comunque omettendo una qualsiasi valutazione delle significative presunzioni emergenti dagli atti processuali, quali la protrazione del matrimonio rapporto per sei anni e la nascita della figlia.
5.2 La sentenza delle Sezioni Unite sopra richiamata ha precisato che la convivenza come coniugi come situazione giuridica d’ordine pubblico ostativa alla dichiarazione di efficacia nella Repubblica Italiana delle sentenze definitive di nullita’ di matrimonio pronunciate dai tribunali ecclesiastici, ed in quanto connotata da una “complessita’ fattuale” strettamente connessa all’esercizio di diritti, all’adempimento di doveri ed all’assunzione di responsabilita’ personalissimi di ciascuno dei coniugi, deve qualificarsi siccome eccezione in senso stretto (exceptio juris) opponibile da un coniuge alla domanda di delibazione proposta dall’altro coniuge; tale eccezione puo’ quindi essere sollevata esclusivamente, a pena di decadenza, nella comparsa di risposta dal coniuge convenuto nel giudizio di delibazione interessato a farla valere, il quale ha l’onere sia di allegare fatti e comportamenti dei coniugi specifici e rilevanti idonei ad integrare detta situazione giuridica d’ordine pubblico, sia di dimostrarne la sussistenza in caso di contestazione mediante la deduzione di pertinenti mezzi di prova anche presuntiva.
La natura di eccezione in senso stretto riconosciuta a una simile difesa fa quindi discendere i correlati oneri probatori previsti dall’articolo 2697 c.c., comma 2, che sono stati correttamente addossati dalla corte distrettuale alla parte che aveva rappresentato, in via di eccezione, la sussistenza di una condizione ostativa al recepimento della sentenza canonica.
Giova poi rimarcare come nel caso di specie fosse, a parere della corte territoriale, tutt’altro che pacifica la volonta’ dei coniugi di instaurare un rapporto coniugale effettivo presso la comune residenza, non risultando contestate le allegazioni attoree in merito al verificarsi di immediati e continui litigi e frequenti allontanamenti; in mancanza di una piattaforma istruttoria che consentisse di ritenere raggiunta la prova della sussistenza delle condizioni di ordine pubblico preclusive della delibazione, costituite dalla convivenza triennale come coniugi, nessun onere di fornire una prova ulteriore e contraria poteva essere addossato a chi agiva per il riconoscimento dell’efficacia della sentenza canonica.
Infine non e’ possibile procedere in questa sede a una diversa valorizzazione delle circostanze addotte dalla (OMISSIS), poiche’ spetta al solo giudice di merito il compito di individuare le fonti del proprio convincimento, di controllarne l’attendibilita’ e la concludenza, di scegliere, tra le complessive risultanze del processo, quelle ritenute maggiormente idonee a dimostrare la veridicita’ dei fatti ad essi sottesi, dando cosi’ liberamente prevalenza all’uno o all’altro dei mezzi di prova acquisiti, salvo i casi tassativamente previsti dalla legge (cfr., ex plurimis, Cass. n. 21098/2016, Cass. n. 27197/2011).
6. In forza dei motivi sopra illustrati il ricorso deve essere pertanto respinto.
Le spese seguono la soccombenza e si liquidano come da dispositivo.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al rimborso delle spese del giudizio di cassazione, che liquida in Euro 5.200, di cui Euro 200 per esborsi, oltre accessori come per legge e contributo spese generali nella misura del 15%.
Ai sensi del Decreto del Presidente della Repubblica n. 115 del 2002, articolo 13, comma 1-quater, si da’ atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte della ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma dello stesso articolo 13, comma 1-bis.

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