Ingresso nell’esercito e falsa dichiarazione per non essere stato condannato con patteggiamento: effetti

Corte di Cassazione, sezione quinta penale, Sentenza 24 ottobre 2018, n. 48604.

La massima estrapolata:

Nessun reato per chi dichiara di non essere stato condannato con patteggiamento ai fini del suo ingresso nell’esercito se il modulo prestampato è di non immediata comprensione. Il principio vale per qualunque autocertificazione: il modulo scritto male fa venire meno la responsabilità perché manca la prova della volontà di mentire. Al limite c’è una colposa omissione di indagine sul contenuto che non fa scattare il reato.

Sentenza 24 ottobre 2018, n. 48604

Data udienza 24 settembre 2018

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE QUINTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SABEONE Gerardo – Presidente

Dott. CALASELICE Barbara – Consigliere

Dott. SCORDAMAGLIA Irene – Consigliere

Dott. BORRELLI Paola – rel. Consigliere

Dott. RICCARDI Giuseppe – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA
sul ricorso proposto da:
(OMISSIS), nato a (OMISSIS);
avverso la sentenza del 08/07/2015 del TRIBUNALE di POTENZA;
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal Consigliere PAOLA BORRELLI;
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale ANTONIETTA PICARDI, che ha concluso chiedendo dichiararsi l’inammissibilita’ del ricorso;
udito l’Avv. (OMISSIS), che ha concluso per l’accoglimento del ricorso.

RITENUTO IN FATTO

1. Con sentenza dell’8 luglio 2015, il Tribunale in composizione monocratica di Potenza, giudicando con rito abbreviato, ha prosciolto (OMISSIS) dal reato di cui all’articolo 483 c.p., perche’ non punibile per particolare tenuita’ del fatto, previa delibazione sulla sussistenza del falso e sul coefficiente soggettivo; si trattava del falso in una dichiarazione sostitutiva di atto di notorieta’ presentata per attestare il possesso dei requisiti morali degli ufficiali dell’Esercito in congedo, rispetto al quale all’imputato e’ addebitato di aver dichiarato falsamente di non aver riportato condanne o patteggiamenti, mentre egli registrava a suo carico una sentenza ex articolo 444 c.p.p., per lesioni colpose.
2. La sentenza e’ stata appellata dal difensore dell’imputato che ha formulato tre doglianze.
2.1. In primo luogo, il ricorrente ha eccepito l’illegittimita’ costituzionale dell’articolo 443 c.p.p., comma 1, con riferimento agli articoli 3 e 24 Cost., nella parte in cui non consente all’imputato prosciolto in abbreviato, per particolare tenuita’ del fatto, di appellare la sentenza, benche’ tale formula di proscioglimento non escluda che il Giudice valuti la sussistenza del fatto-reato, la sua riferibilita’ all’imputato e l’assenza di cause di giustificazione e nonostante l’assoluzione ex articolo 131 bis c.p., venga annotata nel casellario giudiziale.
2.2. In secondo luogo il ricorrente ha lamentato la falsa applicazione dell’articolo 483 c.p., perche’ mancava l’elemento soggettivo doloso. La dichiarazione incriminata era stata determinata dall’infelice formulazione del modulo, dove il compilatore doveva attestare di non avere riportato “condanne penali/patteggiamenti e di non aver procedimenti penali pendenti per delitti non colposi”, sicche’ l’imputato aveva ritenuto di dover segnalare, oltre che la pendenza di procedimenti penali, anche di aver riportato condanne o patteggiamenti per soli delitti non colposi e pertanto aveva omesso di segnalare il patteggiamento per lesioni colpose che si registrava a suo carico. Vi era stato, quindi, come affermato dal ricorrente nel suo esame, niente altro che un errore di interpretazione dell’infelice formulazione grammaticale della proposizione presente nel modulo prestampato, ma non la volonta’ di attestare il falso; l’assenza di dolo era altresi’ dimostrata dal fatto che la dichiarazione era funzionale solo ad ottenere il titolo onorifico di “capitano medico”, che non aveva alcun risvolto economico, morale, etico o professionale, nonche’ dalla circostanza che la sentenza taciuta non era ostativa al riconoscimento del titolo.
2.3. Un altro motivo di appello lamenta la contraddittorieta’ e manifesta illogicita’ della motivazione in punto di elemento soggettivo, dal momento che il Giudice monocratico non aveva spiegato perche’ l’imputato fosse animato da volonta’ mistificatoria e perche’, al contrario, non avesse solo errato nel comprendere il significato della proposizione.
3. La Corte di appello di Potenza ha ritenuto manifestamente infondata l’eccezione di illegittimita’ costituzionale dell’articolo 443 c.p.p., comma 1, di cui al primo motivo di appello ed ha poi qualificato l’impugnazione come ricorso per cassazione, disponendo, ai sensi dell’articolo 568 c.p.p., comma 5, la trasmissione degli atti a questa Corte.

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Il ricorso e’ fondato e la sentenza va pertanto annullata senza rinvio perche’ il fatto non costituisce reato.
2. Prima di dare conto delle ragioni dell’annullamento, appare doveroso pronunziarsi sull’eccezione di illegittimita’ costituzionale formulata dal ricorrente nel primo dei motivi sottoposti al vaglio della Corte potentina.
Ebbene, il Collegio condivide le conclusioni cui e’ pervenuta la Corte di appello circa l’eterogeneita’ della situazione odierna rispetto a quella oggetto della sentenza della Corte costituzionale n. 274 del 2009 evocata nell’impugnazione e concorda, altresi’, con l’incedere logico del Giudice di appello che proprio dalla sentenza suddetta ha ricavato la chiave di lettura per fugare il dubbio di costituzionalita’ che pone il ricorrente.
Con tale pronunzia, la Consulta sanci’ l’illegittimita’ costituzionale, per contrasto con l’articolo 3 Cost., e articolo 24 Cost., comma 2, dell’articolo 443 c.p.p., comma 1, come modificato dalla legge 20 febbraio 2006, n. 46, nella parte in cui escludeva che l’imputato potesse proporre appello contro le sentenze di assoluzione per difetto di imputabilita’, derivante da vizio totale di mente, emesse all’esito di giudizio abbreviato.
I punti di partenza da cui muovere nella valutazione del dubbio di costituzionalita’ del ricorrente sono gli stessi evidenziati dal Giudice delle leggi nella pronunzia citata, secondo cui il doppio grado di merito non e’ costituzionalmente garantito (se non correlato al diritto di difesa, che gli conferisce una piu’ accentuata “forza di resistenza di fronte a sollecitazioni di segno inverso, legate alla realizzazione di obiettivi di speditezza processuale”) e le limitazioni alle prerogative difensive del giudizio abbreviato (ivi compresa quella alla facolta’ di proporre appello) sono frutto di una scelta libera e consapevole dell’imputato, bilanciano lo sconto di pena di cui questi gode e sono connaturate ad un modulo procedimentale che persegue esigenze di razionalizzazione dei tempi del processo.
Ebbene, proprio seguendo gli snodi del ragionamento della Consulta, deve opinarsi che la limitazione all’appello nel giudizio abbreviato ai sensi dell’articolo 443 c.p.p., comma 1, anche in caso di proscioglimento per particolare tenuita’ del fatto non presenta profili di irragionevolezza che consentano – come intenderebbe fare il ricorrente – di sovrapporre la situazione del prosciolto a tale titolo con quella dell’imputato assolto per difetto di imputabilita’ a cagione di vizio totale di mente.
Le due situazioni si differenziano per non pochi, rilevanti aspetti, che ne segnano la differenza rispetto ad altrettanti indici che la Consulta, per il proscioglimento da incapacita’ totale di intendere e di volere, ha reputato sintomatici di un’irragionevole disparita’ di trattamento nel confronto con i casi di perdurante appellabilita’ e produttivi di un’insostenibile frizione della norma codicistica con il principio della parita’ di trattamento e con l’inviolabilita’ del diritto di difesa.
Nella specie, occorre, in primo luogo, rimarcare che il proscioglimento per infermita’ di mente puo’ essere relativo a qualsiasi reato, anche particolarmente grave, mentre la delimitazione sanzionatoria di cui all’articolo 131 bis c.p., comma 1, circoscrive la causa di esclusione della punibilita’ solo a reati puniti con pena pecuniaria o con pena detentiva non superiore a cinque anni.
In secondo luogo, il proscioglimento ex articolo 131 bis c.p., sottende la particolare tenuita’ dell’offesa e la non abitualita’ del comportamento, caratteri che connotano positivamente la condotta dell’imputato, contrariamente a quanto accade laddove il proscioglimento sia legato all’incapacita’ di intendere e di volere al momento del fatto, che – come ritenuto dalla Consulta – puo’ avere conseguenze anche di ordine morale particolarmente intense.
Un terzo ma decisivo aspetto nell’economia del ragionamento e’ costituito dal fatto che, nel proscioglimento ex articolo 131 bis c.p., manca il carattere afflittivo che connota le possibili conseguenze della pronunzia di proscioglimento ai sensi dell’articolo 88 c.p., legato all’eventuale applicazione, in presenza di un giudizio di pericolosita’ sociale – e riguardando il quadro normativo coevo alla pronunzia della Consulta – di misure di sicurezza prive di un termine massimo di durata, la piu’ grave delle quali era da eseguirsi negli ospedali psichiatrici giudiziari e caratterizzata, pertanto, da natura detentiva.
Tirando le fila del discorso, puo’ quindi affermarsi che difettano, nella situazione del prosciolto per particolare tenuita’ del fatto a seguito di rito abbreviato, quelle peculiarita’ che avevano teso la ragionevolezza del sacrificio dell’imputato rispetto alla facolta’ di proporre appello fino a provocare una intollerabile frattura con i principi costituzionali della parita’ di trattamento e del diritto di difesa.
Nel caso dell’odierno ricorrente vi e’ stata accettazione consapevole del rito alternativo, con le conseguenze normative che ad esso si collegano, ivi compresa quella della limitazione all’appello, nonche’ della possibilita’ – tenuto conto della pena edittale prevista, nonche’ delle caratteristiche oggettive dell’addebito e soggettive dell’imputato – che il giudicante potesse prosciogliere, con sentenza inappellabile, ex articolo 131 bis c.p..
D’altra parte questa esegesi e’ coerente anche con altra pronunzia della Consulta pure richiamata nella n. 274, la sentenza n. 288 del 1997, che escluse l’illegittimita’ costituzionale dell’articolo 443 c.p.p., comma 1, lettera b), allora vigente, quanto ad un epilogo decisorio certamente piu’ afflittivo di quello di un proscioglimento ex articolo 131 bis c.p., vale a dire nella parte in cui la disposizione precludeva all’imputato che avesse scelto il rito abbreviato di proporre appello avverso le sentenze di condanna in cui la pena fosse stata sostituita ex L. 24 ottobre 1981, n. 689.
Alla luce di queste riflessioni, deve concludersi che la questione di costituzionalita’ e’ manifestamente infondata.
3. La sentenza, come anticipato, va annullata senza rinvio perche’ il fatto non costituisce reato.
Contrariamente a quanto ritenuto dal Giudice di primo grado, la cui motivazione sul punto si presenza irrimediabilmente illogica, la frase riportata nel modulo sottoscritto dall’imputato (“di non aver riportato condanne penali/patteggiamenti e di non aver procedimenti penali pendenti per delitti non colposi”) e’ assolutamente equivoca, apparendo irrazionali le riflessioni del Giudice di merito circa la presenza della congiunzione “e” e la ripetizione del verbo “non aver”, la cui concludenza in termini di chiarificazione della frase appare assai discutibile. La scelta di apporre la congiunzione e di non riportare le frasi in due proposizioni distinte, invero, costituisce proprio un indice di segno opposto, che vede il coordinamento tra le due frasi e, di conseguenza, la possibilita’ che il sintagma “per delitti non colposi” si riferisse anche alla prima. Lo stesso dicasi per l’espressione “non aver”, la cui ripetizione anche nella seconda proposizione, ad onta di quanto sostenuto dal Tribunale, non appare indicativa della volonta’ di distinguere tra le due coordinate, quanto della necessita’ di assicurare una certa correttezza grammaticale, che sarebbe venuta meno ove la seconda delle frasi fosse stata privata del verbo.
L’ulteriore argomentazione della sentenza impugnata circa l’ambito di applicabilita’ della disposizione di cui al Decreto del Presidente della Repubblica n. 445 del 2000, articolo 46, lettera aa), e la ratio che la presidiava – secondo cui la normativa vedeva la possibilita’ solo di attestare di provvedimenti iscritti nel casellario, senza distinguere tra condanne per delitti dolosi e per delitti colposi – non e’ affatto concludente nell’escludere che l’imputato possa essere stato indotto in errore; essa omette, infatti, di considerare che la lettera bb) del medesimo articolo prevede ugualmente la possibilita’ di autodichiarare “di non essere a conoscenza di essere sottoposto a procedimenti penali”, anche in questo caso senza distinzione tra delitti dolosi e colposi.
Deve, dunque, come anticipato, essere sancita la manifesta ed irrimediabile illogicita’ della motivazione nella parte in cui ha escluso che l’imputato abbia agito in assenza di volonta’ mistificatoria e sol perche’ tratto in inganno ovvero perche’ incorso in un errore di comprensione di un testo obiettivamente oscuro.
Sotto questo profilo, va ricordato che questa Corte ha affermato il principio secondo cui, qualora la dichiarazione rilevante ex articolo 483 c.p., “sia contenuta in un modulo prestampato di non immediata comprensione, non puo’ ritenersi esistente l’elemento soggettivo sulla base di un dovere di accertamento del privato determinato dall’assenza di chiarezza del modulo, in quanto, in tal caso, la responsabilita’ per il delitto di cui all’articolo 483 c.p., viene fondata non gia’ in ragione della coscienza e volonta’ di agire contro il dovere giuridico di dichiarare il vero, ma sulla base di una colposa omissione di indagine, insuscettibile di integrare il delitto di cui all’articolo 483 cod. pen. punibile a titolo di dolo” (Sez. 5, n. 12710 del 27/11/2014, dep. 2015, Peccia, Rv. 263888).

P.Q.M.

annulla senza rinvio la sentenza impugnata perche’ il fatto non costituisce reato

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